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Intervento del presidente di H2, Julian Gareth Colabello, alla manifestazione del 9 aprile 2011 “Il nostro tempo è adesso”. L’intervento è stato fatto a nome dell’associazione VI Piano – Praticanti e giovani Avvocati, con cui H2 collabora dalla sua nascita.
Oggi siamo in piazza contro il lavoro precario.

VI piano è un’associazione di praticanti e giovani Avvocati.

In realtà il praticante non è un lavoratore precario. Il praticante non ha un contratto, una posizione lavorativa, non può essere né stabile né precario. Il praticante non esiste.

Per questo si è pensato che con l’aumento del mercato dei servizi, si potessero sostituire segretarie, assistenti, fattorini con i praticanti. Sostituire chi ha una posizione lavorativa e quindi diritto a un salario con chi questo diritto non ce l’ha.

Questo non è accaduto solo nelle professioni, ma anche nelle imprese e nella pubblica amministrazione tramite gli stage e i tirocini non retribuiti.

Un vero mercato del lavoro parallelo, fondato sul principio della non retribuzione della prestazione lavorativa.

VI Piano ha fatto un lungo percorso per arrivare a questa piazza. In questo percorso ha solidarizzato non solo con i praticanti e i giovani delle altre professioni, ma anche con gli stagisti, i tirocinanti, i dottorandi e tutti coloro che vedono la propria condizione lavorativa mascherata da formazione e il loro diritto ad una retribuzione negato.

Ci siamo uniti sulla base di un’idea, ovvero che non possa esistere una società giusta dove esistono persone che non vedono retribuito il proprio lavoro.

Perché una persona che non vede retribuito il proprio lavoro non solo diventa più povera, o lo è già, ma perde la sua dignità.

Un paese che non riconosce dignità al lavoro, è un paese senza dignità.

Lo dicevamo proprio ieri per rispondere a chi scriveva sul Corriere della Sera che “ il silenzio di questa generazione non significa rassegnazione”.
Ora io non so cosa avesse in mente l’ex Presidente di Confindustria scrivendo queste parole, ma so che il percorso che ci ha portato fino a qui, e questa piazza oggi, sono la dimostrazione che questa generazione no, non resta in silenzio, e non resterà in silenzio, ed è costretta piuttosto a scontrarsi quotidianamente con una classe dirigente economica, politica e sociale sorda e miope, avvolta nel suo e non nel nostro silenzio.

Una classe dirigente che dovrebbe smetterla di dire che per salvare la generazione dei figli è necessario chiedere un sacrificio alla generazione dei padri. Non abbiamo intenzione di chiedere il conto ai nostri genitori, che hanno lavorato e sudato per costruire le famiglie che ci hanno cresciuto,  lo chiediamo alle banche, alla finanza, ai poteri forti dell’economia e a quella stessa classe dirigente che è colpevole dei vent’anni che hanno portato a questa piazza.

Le nostre sono parole che non dovrebbero aver motivo di essere pronunciate in una società democratica e solidale.

C’è una vecchia canzone che racconta la storia di persone che scendevano in piazza perché “nessuno più al mondo deve essere sfruttato”.
Il mondo in cui viviamo oggi è molto diverso da quello in cui fu scritta quella storia, ma credo che il motivo per cui siamo in piazza oggi sia lo stesso.

Vogliamo che tutti abbiamo diritto a veder retribuito il proprio lavoro, e non vogliamo che questo diritto sia gentile concessione dei poteri forti dell’economia o della Pubblica Amministrazione, ma che sia un diritto statuito per legge, che sia un diritto azionabile in qualsiasi stato, grado e condizione lavorativa.
.
Questa, come le altre battaglie che ci uniscono, dobbiamo combatterla in prima persona, con l’azione sociale, la politica e gli strumenti della nostra democrazia.

Dobbiamo avere l’ambizione di sostituire questa classe dirigente.
Perché non siamo sulle spalle dei giganti ma fianco a fianco del nostro destino.
Non possiamo che essere i migliori interpreti del cambiamento,
e il cambiamento deve essere ora. Adesso.

La vita non aspetta.

Roma, 9/4/2011

Julian Gareth Colabello

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